Asud
CDCA
 
  • Home
News
Archivio News
RSS
Per «bien vivir», stop al liberismo
Articolo di Giuseppe De Marzo, pubblicato l'11/05/2008 sul Il Manifesto

Da domani la capitale peruviana ospita il terzo incontro di «Enlazando Alternativas», la rete dei movimenti sociali europei e latinoamericani che si battono per una cooperazione altra tra i popoli

Una Porto Alegre in “action” si appresta a invadere le strade di Lima, Perù. Obiettivo fermare gli accordi commerciali imposti dai grandi interessi europei ai paesi della regione Andina e difendere la possibilità di continuare attraverso l’integrazione latinoamericana e la solidarietà attiva tra popoli a costruirlo, l’altro mondo possibile. Si chiama Enlazando Alternativa la rete bi-regionale dei movimenti sociali e della società civile europea e latinoamericana, nata in Messico nel 2004 per unire le lotte, sperimentare dal basso pratiche e politiche alternative a quelle liberiste, costruendo un’idea di cooperazione altra tra i popoli. Questa volta per il suo terzo incontro EA si è data appuntamento dal 12 al 16 maggio, proprio negli stessi giorni in cui si terrà nella capitale Andina il Quinto Vertice dei capi di Stato e di Governo dell’AL e della UE. Al centro gli accordi commerciali tra la UE e la CAN- Comunità Andina di Nazioni. Visto che i “trattati di libero commercio” godono di una fama pessima nel continente latinoamericano, si è pensato con un’astuzia decisamente ingenua di modificare il nome degli accordi in “AdA”, che sta appunto per accordi di associazione. Il fallimento dei precedenti tentativi portati avanti dagli USA attraverso l’ALCA prima (accordo di libero commercio tra le americhe) e le grandi difficoltà nel promuovere i TLC in seguito (trattati di libero commercio), devono aver fatto riflettere quantomeno sull’utilizzo delle parole. La sostanza però rimane la stessa e gli obiettivi della UE sono chiaramente definiti nel documento chiamato “una Europa globale: in competizione nel mondo”, prodotto dalla Commissione Europea nel 2006. Un approccio basato unicamente sulla necessità di creare nuovi mercati per le multinazionali europee, privatizzando risorse energetiche, servizi e beni comuni, abbattendo i dazi doganali per le imprese e garantendo l’accesso e la gestione delle materie prime per difendere gli interessi strategici del capitale finanziario. L’Italia fa la sua parte, puntando all’espansione del settore privato italiano e su un’agenda commerciale. Questo nonostante le “buone” parole su diritti, lotta alla povertà e difesa dell’ambiente, banalmente coniugate all’interno di una cornice sviluppista che annulla e depotenzia del tutto qualsiasi tentativo di far passare un’idea altra delle relazioni tra le due sponde dell’oceano atlantico. Del resto l’Italia è l’unico paese straniero insieme alla Spagna che è entrato a far parte di istituzioni finanziarie come il BID (Banca Interamericana per lo Sviluppo) e la CAF (Corporazione Andina di Fomento), ponendosi in continuità con l’approccio monetarista dello sviluppo e della lotta alla povertà praticato dalla BM e dal FMI in questi anni. Una pessima scelta politica che, tra le altre cose, indebolisce non poco i tentativi di dar vita a istituzioni finanziare alternative come il Banco Sur promossi dai governi latinoamericani progressisti. Ma del resto la decisione italiana è ben ponderata e come sempre presa sul calco dei grandi interesse di imprese come ENEL, ENI, Telecom, Astaldi e Impregilo, tra le altre, che garantiscono in termini legali i loro investimenti in organismi decisamente illegittimi come il CIADI, il tribunale interno della BM, da sempre favorevoli nelle controversie commerciali solo alle multinazionali. Gestire risorse idriche, attività estrattive, servizi, partecipare alla creazione di mega-infrastrutture proposti da IIRSA (Iniziativa per l’Integrazione Regionale Sudamericana) e dal PPP (Piano Puebla Panama), rappresentano un grande mercato per queste imprese. Peccato che a rimetterci siano le popolazioni latinoamericane, l’ambiente, il lavoro, i diritti e gli stessi europei che vedono erosi costantemente gli spazi della politica a vantaggio di quella che è sempre più la “teologia neoliberista della crescita economica”. Anche per questo EA si appresta a mettere sul banco degli imputati le multinazionali europee, sottoponendo alcuni dei casi più emblematici al giudizio del Tribunale Permanente dei Popoli che si installerà a Lima dopo aver raccolto l’appello della rete, in rinvio alla Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli di Algeri del 1976. In conformità al suo Statuto il TPP delibererà sulle denunce che in questi anni i movimenti hanno presentato, mettendo in evidenza l’intreccio tra le pratiche delle multinazionali e le violazioni dei diritti umani e dei popoli.

A Lima dunque si scontreranno due idee opposte del mondo, della politica e della partecipazione.  Da un lato l’idea che la crescita economica è opera dei mercati e delle imprese private, le quali riusciranno con la crescita a risolvere i problemi della povertà, dell’inquinamento, della disoccupazione e della convivenza. Dall’altra parte invece un’idea della politica e delle relazioni umane che si fonda sulla necessità storica di superare il capitalismo come sistema sociale ed economico, partendo da quello che i movimenti indigeni chiamano “Sumak Kawsay” e cioè “vivere bene”. Del resto sono proprio i movimenti indigeni di Perù, Ecuador, Bolivia, Messico e Colombia quelli che più di tutti in questi anni hanno opposto una resistenza al capitalismo fatta di pratiche innovative che si sono rivelate vincenti in molti casi e che comunque rappresentano la base di partenza sulla quale costruire una proposta “integrale” di alternativa. Basti pensare al concetto di Stato Plurinazionale che negli anni ’90 faceva sorridere molti osservatori e che oggi entra prepotentemente nella nuova Carta Costituzionale di Ecuador e Bolivia, obbligando per legge lo Stato a vincolare il “contratto sociale” su valori e parametri alternativi al modello economico e sociale dominante ed inseriscono per la prima volta il concetto del “Diritto della Natura”. Una risposta a quella domanda di “futuro” che potrà darsi fuori dall’idea feticcio della crescita economica, persino accettata da gran parte delle forze politiche progressiste. Si parlerà a lungo nei giorni di Lima di Stati Plurinazionali, dei “diritti della natura”, di alternative e di democrazie, nei tavoli, nei laboratori e nelle numerose assemblee previsti da EA. All’Università di Ingegneria della capitale peruviana ci saranno i rappresentanti dei principali movimenti sociali ed indigeni latinoamericani, dalla CONAIE (la confederazione delle nazionalità indigena ecuadoriane), alla ONIC (organizzazione nazionale indigena colombiane), alla CAOI (coordinamento andino delle organizzazioni indigene di Venezuela, Colombia, Perù, Bolivia, Ecuador, Argentina e Cile), dalla COICA (coordinamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia) al CICA (Consiglio delle organizzazione indigene del centro america), dai Sem Terra brasiliani ai sindacati di donne e dei contadini boliviani. Molti anche gli intellettuali come Immanuel Wallerstein, Boaventura de Souza o Anibal Quijano, che in questi anni hanno parlato di “decolonizzazione” dell’immaginario, di convivialità, di ecologia profonda o di “bien vivir”. Ogni argomento, dalla sovranità alimentare, agli accordi di cooperazione, alla Plurinazionalità degli Stati, sarà declinato fuori dalla matrice della crescita economica e dentro un’idea completamente alternativa al capitalismo che parte dalla relazione dell’uomo con la natura fondata su rispetto e convivenza pacifica. Bloccare gli accordi commerciale è l’obiettivo, ma cambiare il mondo è la vera missione.
Giuseppe De Marzo, www.asud.net www.enlazandoalternativas.org

INIZIATIVE
 
new
archivio newsletter A Sud