
[di Giuseppe De Marzo su l'Unita del 4 dicembre 2011] “Uniti contro il cambiamento climatico”, lo slogan che ha aperto la manifestazione di movimenti, sindacati e società civile globale qui a Durban. Diecimila persone hanno attraversato la città che ospita il COP17, cantando e ballando tra un fiume di colori e lingue di ogni continente. In prima fila le realtà africane impegnate contro le privatizzazioni dei servizi basici. Grazie a queste la multinazionale Eskom oggi controlla in Sudafrica il 95% dell’energia elettrica ed il 45% in tutta l’Africa, costringendo i cittadini a pagare in anticipo le bollette. “Riconnettiamo le famiglie che non possono accedere al servizio, rivendicando quest’azione come disobbedienza civile in nome della dignità della persona”, ci raccontano i leader del movimento Abahlali Basemgondolo, impegnato a garantire la sovranità energetica nei quartieri popolari e nei ghetti.
Ci sono le realtà del mondo contadino impegnate nella riforma agraria promessa alla fine dell’apartheid e mai fatta. Denunciano le pratiche di “landgrabbing”, accaparramento delle terre, portate avanti dalle multinazionali Monsanto e Angloamerican. C’è anche il più importante sindacato sudafricano, COSATO, che con i suoi due milioni di iscritti porta avanti la proposta di creare un milione di posti di lavoro nei settori dell’economia verde. Diversi i delegati di sindacati da tutto il mondo, come quello francese della CGT. “La centralità dei lavoratori per la lotta al cambiamento climatico ed il ruolo del sindacato per sviluppare proposte per una transizione ad un altro modello di sviluppo sono fondamentali. L’Europa dovrebbe capirlo se non vuole fallire a causa di austerità e politiche di sviluppo sbagliate”, il commento del più grande sindacato francese.
La connessione tra giustizia climatica e giustizia sociale tra le organizzazioni che sfilano qui a Durban è evidente. Ci sono ovviamente le organizzazioni ambientaliste come Greenpeace, Wwf e Friends of the earth, come i giapponesi dell’associazione Your environment summit che ricordano la catastrofe di Kukushima, già dimenticata dai media. Ma la novità segnata da questa manifestazione sta nel fatto che la maggior parte delle realtà impegnate a garantire l’accesso ai servizi basici, alla terra ed il diritto al lavoro, siano oggi pienamente consapevoli di come queste battaglie vadano connesse con quelle per la giustizia ambientale. “Non esiste sviluppo, sicurezza e coesione sociale senza giustizia ambientale”, ci dicono. Che il cambiamento climatico si traduca sempre più in esclusione sociale e violazione dei diritti umani lo sottolineano in tanti.
La Actalliance, che raggruppa oltre 125 chiese in 140 paesi, su questo punto ha lanciato la campagna “climate change kills me”. Cartelli che mostrano volti di uomini, donne, bambini ed anziani che in tutti i cinque continenti sono vittime del caos climatico. Tra i loro sponsor anche il premio Nobel per la pace ed arcivescovo emerito Desmond Tutu. Proprio lui lo scorso 27 novembre nell’incontro interreligioso tenutosi a Durban ha sostenuto come “non sono solo i poveri che saranno distrutti ma anche i ricchi se continuiamo così. Non c’è altro posto dove andare se distruggiamo la nostra casa comune”. Che l’ecologia popolare o della liberazione, sia il collante per la costruzione di un nuovo blocco sociale e di un nuovo punto di vista generale c’è proprio da augurarselo.
Giuseppe De Marzo, portavoce A Sud, www.asud.net
su il Manifesto del 4 dicembre 2011
Video e immagini da Durban su www.globalproject.info






