
Ritrovata l’unità sindacale sulla riforma del mercato del lavoro. Col finire del governo Berlusconi – non del berlusconismo – Cgil, Cisl e Uil si ricompattano su un tema, quello dei precari, sul quale per anni hanno chiuso un occhio. Questo fino al 9 aprile dello scorso anno, quando il comitato “Il Nostro Tempo è Adesso” ha portato in piazza decine di migliaia di precarie e precari, squarciando per la prima volta un velo di ipocrisie ed indifferenze ed interrogando finalmente il sindacato e la politica su una questione spesso marginalizzata. La Cgil ha sostenuto l’attività e gli intenti di questo movimento con convinzione, fin dal primo momento, mettendosi in gioco come organizzazione. Il comitato è andato avanti presentando 10 punti per superare la precarietà e riformare il mercato del lavoro e il sistema del welfare.
Fra questi spicca senza dubbio il reddito minimo, una misura che non coincide con l’ammortizzatore sociale della disoccupazione ma che anzi la precede contribuendo all’emancipazione individuale e alla promozione collettiva di una larga fetta di cittadinanza oggi sempre più ai margini. Il Sole 24 ore di qualche giorno fa calcola che i Neet (persone fuori dal ciclo lavorativo e formativo) costano alla nostra economia 27 miliardi l’anno.
Eppure questa misura oggi non è oggetto di dibattito. Siamo l’unico paese nella Ue insieme alla Grecia a non aver ancora adottato questo strumento, al quale una risoluzione del Parlamento europeo ci impegna e contro il quale invece i segretari di Cgil, Cisl e Uil si sono espressi in più occasioni. La sensazione è che ancora una volta a prevalere saranno vecchie ricette. In particolare quella contro la precarietà proposta venerdì dai sindacati non convince per molti aspetti. Il contratto unico non sostituirà tutti gli altri, ma gli si affiancherà. Si chiede la riduzione delle tipologie contrattuali da 46 a 5, individuando nel lavoro a “somministrazione” il recinto in cui confinare la precarietà, che quindi rimarrà comunque una possibilità per l’azienda che assume. E il contratto unico che vantaggi concreti offre? Come farà chi ha 3 anni di prova davanti a chiedere un mutuo ad esempio? Tutto questo in cambio del non intervento del governo sull’articolo 18. Peccato che già nel provvedimento assunto sulle liberalizzazioni si prevedano deroghe.
La cosa che scoraggia di più è che ancora una volta si rinuncia alla possibilità di una riforma strutturale del welfare e all’assunzione di nuove misure di sostegno al reddito, che potrebbero essere sostenute tramite l’imposta patrimoniale che nessuno vuole attuare e che contribuirebbero a far ripartire l’economia. Stando a quanto riportato dai giornali l’unica cosa che si dice invece sugli ammortizzatori sociali è di estendere la platea della cassa integrazione, di fatto attingendo alla disponibilità degli ammortizzatori in deroga utilizzati in questi anni che dovrebbero chiudere i battenti. Piccoli aggiustamenti su mobilità e disoccupazione. Una riforma a costo zero, ma non per i precari e le precarie d’Italia.






