Per vedere la conferenza registrata visita la pagina
[di Rachele Gonnelli su L'Unità 24 novembre 2010] Andare via, sì, andare a Cancun al summit mondiale dei governi sul riscaldamento climatico del Pianeta, e poi ritornare, tornare nei territori italiani, tra smottamenti e liquami, alluvioni e mafie dei traffici e del mattone, per cercare di fermare il degrado e difendere l’ambiente laddove si vive. E salvare il mondo. È quanto si apprestano a fare una serie di associazioni, comitati, sindacati - Cgil e Fiom in testa - che vanno sotto la sigla di Rigas, ovvero Rete italiana per la giustizia ambientale e sociale.
«Siamo l’Italia migliore», dice il portavoce dell’associazione A sud, che ieri a Roma ha presentato il cartello di forze che comporranno la delegazione italiana in partenza per il Messico dove parteciperà alle cinque carovane a difesa della Pachamama, la Madre Terra, e convergeranno il 30 novembre a Cancun per le iniziative a lato del vertice sotto l’egida delle Nazioni Unite. Il summit a cui sono attesi rappresentanti di oltre 200 governi sarà dal 29 novembre al 10 dicembre ma tutti - dal direttore del ministero dell’Ambiente Corrado Clini al Wwf - temono che si ripeta il fallimento dell’anno scorso a Copenaghen. Cioè che non si raggiungerà alcun accordo vincolante per invertire la tendenza all’aumento dei gas serra.
Nel frattempo la situazione è addirittura peggiorata: in base a uno studio dell'Università di Exeter l’anidride carbonica prodotta nel 2010 è il 3% in più di quella del 2009 a causa soprattutto delle economie emergenti come India e Cina. Ma anche in Europa, lo dice la società di monitoraggio Ecofys ha implementato appena un terzo delle azioni che si era prefissa e che servirebbero ad invertire il riscaldamento globale entro il 2015. Per Rigas c’è una spiegazione del perchè dopo gli allarmi di Copenaghen anche in questo Cop 16 - così si chiama in sigla - non si vedranno «eroi» in grado di sguainare la spada per salvare l’umanità dalla devastazione delle risorse naturali essenziali alla vita.
Il perchè si chiama crisi, ma non si limita all’economia. Alex Zanotelli, il missionario comboniano, ne fa un problema teologico e la vede come crisi spirituale ed etica data dalla «subordinazione al culto della ricchezza e del consumismo alimentato da una crescita insostenibile e vista come illimitata, alimentata da energia fossile». Claudio Rinaldini, ex segretario Fiom, mette in guardia: «È una crisi epocale, trainata dalla finanza ma che mette in discussione l’intero assetto internazionale uscito dalla Seconda guerra mondiale, incluso il ruolo del dollaro, il modello sociale e dei consumi. Ed è folle pensare che se ne potrà uscire rilanciando questo stesso modello accelerando i suoi elementi più distruttivi».
La critica di Rigas è radicale, la previsione è di una crisi che non finirà presto e con sbocchi imprevedibili. Perciò si cerca di riannodare i fili, nazionali e internazionali, per resistere e cooperare cercando soluzioni alternative. Ad esempio proponendo al posto della pur sovvenzionata agricoltura industriale l’esperienza dei Gap che rispettano le biodiversità e la filiera corta. Oppure la difesa dell’acqua pubblica. Il 4 dicembre su quest’ultima questione ci saranno iniziative in tutta Italia e in contemporanea sull’altro emisfero della speranza, a Cancun.
Rachele Gonnelli






