di J. Martinez Alier - Presidente ISEE (international Society for Ecological Economics) Nel maggio 2008 è stato annunciato che la concentrazione di diossido di carbonio nell’atmosfera aveva raggiunto una cifra record a livello mondiale, 387 parti per milione (ppm) secondo le misurazioni realizzate dall’Osservatorio Mauna Loa, Hawai (Stati Uniti). Questo significava un aumento del 30% in cento anni, a partire da una concentrazione di 300 ppm, di cui era a conoscenza Svante Arrhenius quando scriveva, nel 1985, i primi articoli scientifici sull’aumento dell’effetto serra. Inoltre, tra il 1970 e il 2000 la concentrazione è aumentata di circa 1,5 ppm all’anno, ma a partire dal 2000 (fino al 2007) la crescita media è stata di 2,1 ppm. All’inizio del 2008 ci stavamo dirigendo a tutta velocità verso una concentrazione di 450 ppm nel giro di 30 anni. Però, adesso, la crisi economica suppone un cambio di tendenza.
In Spagna
Nel 2007, le emissioni di gas a effetto serra sono cresciute del 2,1% rispetto all’anno precedente, in tal modo, la Spagna superava già del 52,6% le emissioni del 1990, anno di riferimento per il Protocollo di Kyoto. Potevamo crescere del 15% sotto la “bolla” europea ed eravamo cresciuti del 52,6%.
Le emissioni spagnole di CO2 diminuiscono nel 2008 e nel 2009 grazie alla crisi economica. La contrazione della produzione nel settore elettrico, la riduzione del consumo di petrolio, l’aumento dell’energia eolica e la maggiore presenza di gas naturale nelle centrali a ciclo combinato spiegano l’abbassamento del 5-6% delle emissioni nel 2008. Nel dicembre 2008 la produzione industriale è diminuita del 19,6% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Si prevede che la produzione di cemento, in Spagna, diminuisca da 50 a 30 milioni di tonnellate all’anno.
La congiuntura stagnante ha portato le industrie, alla fine del 2008, alla vendita massiccia dei diritti di CO2 che esse avevano ricevuto, gratuitamente, dal governo spagnolo, in aprile, nel quadro della normativa europea. La crisi ha prodotto un’abbondanza di permessi. Per questo il prezzo di CO2 si è abbassato in Spagna e a livello internazionale. Questo è negativo poiché toglie incentivi alla produzione di energie rinnovabili. Il governo dovrebbe ridurre i permessi nel 2009.
Occorre notare che il mercato di permessi di carbonio è un mercato totalmente artificioso, poiché l’offerta di permessi dipende dalla volontà politica di diminuire le emissioni, non abbassandole al livello necessario, ma entro una soglia tollerabile dal punto di vista economico e politico.
In Spagna, la riduzione totale delle emissioni si è aggirata attorno al 6% nel 2008. Si può prevedere che la diminuzione nel 2009 sia dell’8% (per la crisi economica e perché questo è un buon anno per l’idroelettrico).
Il governo spagnolo, nel 2008, si è affrettato a dire che avrebbe comprato i permessi di emissione di CO2 di quei paesi europei a cui avanzavano permessi. Con l’espressione “hot air” si indicano i permessi in avanzo dei paesi dell’Est le cui economie sono crollate dopo il 1990 – e la cui efficienza energetica è aumentata – dopo le trasformazioni politiche (Russia, Ucraina, Polonia…). Con le quote generose che, nel 1997 a Kyoto, gli europei si sono auto-conferiti (per la Spagna si trattava di un aumento del 15% rispetto al 1990), se continua la crisi, la “hot air” apparirà anche in Europa occidentale, fino alla Spagna. Questo va contro lo sforzo continuo per diminuire le emissioni.
Verso Copenhagen
Nel 2009 si assisterà alla diminuzione del PIL negli Stati Uniti, nell’Unione Europea e in Giappone. Negli Stati Uniti, nei nove mesi successivi all’agosto 2008, si è abbassato il consumo di benzina non meno del 10 per cento. Nel 2008 e nel 2009, si può stimare una riduzione delle emissioni di questi paesi (che insieme emettono circa il 50 per cento del totale delle emissioni) del 5 per cento all’anno. È una percentuale davvero alta rispetto agli obiettivi vagliati fino ad ora. Però, né l’IPCC né il Rapporto Stern né la Commissione Europea avevano contemplato (per un problema di censura mentale) scenari di decrescita dell’economia mondiale in due anni, dopo i quali entrerà, forse, in un periodo di stagnazione alla stessa maniera del Giappone.
Le economie del Sudamerica, che nel periodo neoliberale sono state orientate all’esportazione di materie prime (sotto la leadership del presidente Lula), stanno pagando adesso un prezzo alto. La loro crescita è stata interrotta dalla crisi. L’aumento di emissioni in Cina sarà forse del 5 per cento nel 2009, quello dell’India sarà in proporzione alla crescita della sua economia. In India le emissioni di CO2 sono molto al di sotto della media mondiale (quasi il 20% della popolazione mondiale con meno del 5% delle emissioni). In Cina le emissioni pro capite si avvicinano alla media mondiale. La riduzione delle emissioni nei paesi ricchi non sarà compensata dal loro aumento in Cina, in India e in alcuni altri paesi le cui economie sono in crescita. Per questo motivo assisteremo ad una diminuzione delle emissioni mondiali.
Come sarà accolto tutto questo dalla riunione per il cambiamento climatico di Copenhagen che si svolgerà in dicembre? Verrà riconosciuto che la crisi economica ha avuto, nei paesi ricchi, questo effetto benefico? Si loderà la decrescita economica dei paesi ricchi? Si raggiungerà un compromesso per ottenere maggiori riduzioni in futuro, anche nel caso in cui la crescita economica sia in ripresa?
Traduzione di Federica Napolitano






