Il 16 dicembre avrebbe dovuto esserci la «sentenza» del tribunale abritrale della Banca mondiale per la denuncia presentata da Telecom Italia contro la nazionalizzazione di Entel in Bolivia. Ma i giudici hanno deciso di rinviare tutto al 2010. C'è un anno in più per contestare Telecom. Procedimento sospeso. Il tribunale interno della Banca Mondiale, il Ciadi, chiamato a dirimere le controversie tra multinazionali e paesi «ribelli», ha deciso di prendersi più tempo per valutare la vicenda che vede protagonista l’italiana Telecom ed il governo di Evo Morales.
Nuovo colpo di scena dunque nella vicenda Telecom versus Bolivia. Il giudizio che doveva essere fissato per il 16 dicembre e che tanto aveva fatto infuriare i boliviani e tutti i movimenti sociali impegnati nella difesa dei beni comuni e del diritto all’informazione, è stato rinviato al 2010. Il Centro Internazionale per dirimere le controversie sugli investimenti, questo il nome criptato del Ciadi, ha così stabilito sul caso di arbitraggio presentato lo scorso ottobre dalla Telecom contro la nazionalizzazione di Entel portata avanti dal governo Morales. Una nazionalizzazione legittima che poteva risolversi con il pagamento a Telecom di circa 100 milioni di dollari per il riacquisto delle azioni da parte del governo boliviano di Entel, la rete di telecomunicazione boliviana controllata da Eti, a sua volta controllata da Telecom. Invece la multinazionale ha rifiutato l’offerta boliviana e la vicenda è finita per così dire in tribunale, ma in un tribunale «speciale» come quello del Ciadi, che giudica con due giudici su tre, senza appello, scelti dalla Bm e dalla multinazionale di turno. Come dire, il verdetto lo si conosce ancor prima che inizi l’arbitraggio. Il Ciadi fa parte degli organismi inventati ad hoc dall’establishment della finanza e del capitale internazionale per legalizzare pratiche che nella migliore delle ipotesi si traducono in una riduzione della sovranità e dei diritti di interi paesi costretti a non intervenire in settori chiave dell’economia e dei servizi basici per paura di incorrere in sanzioni faraoniche che hanno lo scopo di scoraggiare riforme di carattere sociale e garantire gli investimenti delle multinazionali a qualsiasi costo. Con questo meccanismo che ha reso possibile la spoliazione del ruolo degli stati, molti governi si trovano oggi a fare i conti quando decidono una politica economica diversa rispetta a quella dettata attraverso il Fmi, la Bm e l’Omc. Come avvenuto ad esempio per l’Argentina, che ha deciso di recuperare la gestione dell’acqua a Buenos Aires ed è stata denunciata dalle corporations dell’oro blu arrabbiate di non poter fare più i guadagni sperati negli anni a venire. Oggi queste corporations hanno istruito un giudizio al Ciadi chiedendogli di garantire non solo gli investimenti ma anche il mancato guadagno di centinaia di milioni di dollari delle compagnie per gli anni futuri. Se andasse così l’Argentina sarebbe costretta a pagare centinaia di milioni di dollari per aver voluto difendere il diritto all’acqua dei suoi cittadini, messo in discussione dalle politiche di privatizzazione e gestione portate avanti dalle multinazionali. Ancora una volta siamo di fronte ad un contrasto irrisolvibile tra le «regole» del neoliberismo e la difesa dei diritti, dell’ambiente e dello sviluppo legittimo di molti paesi del sud del mondo.
[pubblicato su Carta il 19 Dicembre 2008]






