La tesi sostenuta nel libro “Beni comuni vs merci”, su cui si trovano maggiori informazioni in fondo al testo, è che i beni comuni del passato possono esprimere - se riletti e aggiornati alla luce del presente - un ordine istituzionale, sociale, ecologico ed economico alternativo a quello capitalistico, che domina sul mondo da circa tre secoli. Hanno questa potenzialità perché usano in comune le risorse naturali senza esaurirle, privilegiano la cooperazione al posto della competitività e realizzano una forma di democrazia diretta che integra e rilegittima quella rappresentativa, divenuta un guscio vuoto nel capitalismo globale.
Questa proposta non è solo l’auspicio di un numero crescente di studiosi e di attivisti, ma una necessità storica di fronte alla crisi del sistema dominante, specie nella attuale fase finanziaria che produce ricchezza “di carta” mentre distrugge ricchezza reale. Per arginare il saccheggio della natura e l’imbarbarimento sociale, in tutti gli angoli della Terra e, nel Sud del mondo, la fame e la morte per fame per oltre un miliardo di persone.
Il “ritorno” dei beni comuni è oggi una possibilità concreta, alla luce dei risultati positivi ottenuti con le lotte globali degli ultimi dieci anni, quali il riconoscimento internazionale delle popolazioni indigene e il ruolo da esse assunto in alcuni paesi come la Bolivia, e quello dell’acqua come diritto universale e non come bisogno, che anima il movimento per l’acqua pubblica in tutti gli angoli della terra; il premio Nobel per l’economia attribuito nel 2009 alla studiosa statunitense Elinor Ostrom, per avere dimostrato che la gestione comunitaria delle risorse naturali può essere più “efficiente” di quella pubblica o privata.
La forza dei beni comuni è la diversità e specificità di luogo, la flessibilità con cui le comunità – i soggetti titolari dei beni comuni – riescono ad adattarsi al variare delle situazioni. Un altro tratto distintivo è l’auto-organizzazione delle comunità, che funzionano in base ad una logica opposta a quella del mercato capitalistico: nelle comunità non vale la dimensione astratta delle relazioni mercantili mediate dalle merci, ma la dimensione concreta delle relazioni interpersonali che rispondono al bisogno di socialità insito nell’uomo.
Un altro elemento distintivo è la proprietà né privata né pubblica-statale, e questo è un concetto difficile da accettare soprattutto nei paesi di tradizione giuridica napoleonica come l’Italia. La proprietà individuale della terra riguarda del resto un periodo limitato e recente della storia umana, mentre la proprietà collettiva è la forma originaria di appropriazione del suolo.
I beni comuni sono una istituzione che ha resistito nel tempo, superando i tentativi ricorrenti - e spesso vincenti - di recinzione e privatizzazione da parte delle forze egemoni perché sono flessibili, ma anche perché esprimono diritti umani irrinunciabili, spazi di autogoverno ed esigenze di cooperazione e di relazione, esigenze insopprimibili del comportamento umano, diverse e alternative rispetto a quelle dell’homo oeconomicus teorizzato dall’ortodossia corrente; aspetti del comportamento umano che le leggi e le politiche di modernizzazione hanno cercato di cancellare senza riuscirci mai completamente.
La delegittimazione dei beni comuni risale alla Rivoluzione industriale inglese del 17mo secolo, che ha comportato la “morte” della natura, considerata da allora un deposito di risorse inanimate o input per la produzione industriale a disposizione delle imprese; la recinzione delle terre comuni inglesi (l’accumulazione originaria); la “conquista” delle Americhe e la deportazione di milioni di africani, ridotti in schiavitù e destinati alle piantagioni nelle colonie (la “seconda” accumulazione originaria); l’emergere della concezione meccanicistica della natura che ha sostituito il ricambio organico uomo-natura, che fino ad allora aveva permesso di mantenere in equilibrio i cicli della vita, con il metabolismo industriale; la trasformazione in “scienza” della economia politica, che ha imposto il mercato capitalistico o scambio di equivalenti, l’homo oeconomicus e la “mano invisibile”.
La crisi del capitalismo globale, esplosa due anni fa con il default dei mutui subprime statunitensi, ha messo definitivamente in crisi anche la politica e i partiti politici. Da più parti si chiede che i partiti politici si facciano da parte e che il loro posto sia preso dai movimenti, il che richiede di contestualizzare il discorso nello spazio e nel tempo, per tener conto del diverso significato che hanno lo stato, il diritto, e la democrazia nelle diverse culture presenti al Sud e al Nord.
In riferimento all’Italia di oggi, si può affermare, con Guido Viale, che gli operai delle fabbriche in crisi fanno parte dei movimenti per l’alternativa; con loro, i giovani disoccupati; i comitati di cittadini in lotta contro gli scempi ambientali e urbanistici; brandelli di amministrazioni locali, di organizzazioni sindacali, di associazioni professionali e culturali, di imprenditoria in crisi, di nuove leve disposte a confrontarsi con il mercato in una prospettiva sociale non di rapina.
Occorre precisare inoltre che nei paesi industriali l’alternativa si concretizza in un programma di riconversione ecologica dei mercati e delle produzioni, nella loro “riterritorializzazione” a partire dai settori più sensibili come l’automobile, la mobilità sostenibile, le energie rinnovabili, l’agricoltura organica e contadina, la cura del territorio, l’uso e il riuso dei metalli e dei minerali, l’acqua pubblica, l’aria pulita, i sevizi pubblici locali. Un programma che non può essere affidato allo Stato, e deve invece essere costruito dal basso e sul territorio: “fabbrica per fabbrica, campo per campo, quartiere per quartiere, città per città”, come il prodotto di mille iniziative locali.
Il “ritorno” dei beni comuni si colloca in questa prospettiva strategica e va dunque molto al di là della riappropriazione dei commons.
Giovanna Ricoveri è un’economista e sindacalista CGIL. Da anni è impegnata in un progetto internazionale di Ecologia Politica che ha portato alla pubblicazione di numerose monografie. Nel settembre del 2010 è uscito il suo libro Beni Comuni vs Merci, edito da Jaca Book .

Ha inoltre contribuito alla rassegna La Società dei Beni Comuni, in cui Paolo Cacciari ha raccolto 19 illustri opinioni sul tema e che sarà presentato il prossimo 15 febbraio a La Feltrinelli di Roma (vedi dettagli dell'evento).







