Il luminoso sorriso di Tessie Eria Lambourne nasconde un più profondo senso di disagio del quale lei, come segretaria del ministero degli esteri di Kiribati, è tenuta ad informare il mondo intero. Alla Lambourne è affidato un non facile compito; lei e il suo governo affrontano una scelta che nessun governo dovrebbe mai dover affrontare. Lottare o fuggire? Le questioni che il suo governo affronta sono senza precedenti e straordinariamente complesse.
Il briefing della signora Lambourne essenzialmente comporta niente meno che determinare se lottare per la sopravvivenza della sua patria o se cercare opzioni oltremare per i cittadini minacciati del paese. Questo è il nuovo dilemma in un mondo dove sempre più persone stanno affrontando la prospettiva che le loro case e le loro terre saranno perse per sempre. Questo in particolare è il caso di nazioni atollo come Kiribati e Tuvalu. La scelta di lottare contro l'innalzamento dei livelli del mare o di collocare le famiglie in più grandi e lontane nazioni è una scelta molto concreta che incombe su tutti in questi due paesi.
La signora Lambourne non è sola nella sua battaglia. Anche alcuni funzionari nella vicina Tuvalu sono alle prese con le stesse questioni. La disputa politica senza precedenti sull'assicurare il miglior futuro possibile alle popolazioni dei due paesi, mentre si osserva l'innalzamento dei mari dai litorali che si riducono, è enorme.
Tuttavia, in maniera interessante, mentre Kiribati sta perseguendo una politica multidimensionale, combinando la protezione delle coste, la costruzione di nuovi quartieri per stemperare il sovraffollamento nella capitale Tarawa, e programmi di mobilità del lavoro volti a migliorare le opzioni di impiego di coloro che scelgono di trasferirsi in paesi come la Nuova Zelanda o l'Australia, sembra che Tuvalu, almeno a livello governativo, stia assumendo la posizione di restare e lottare fino all'amaro epilogo.
Mancanza di risorse
Due dei più piccoli stati del mondo, Kiribati e Tuvalu, sono anche quelli hanno più da perdere. Tristemente, essi hanno accesso a poche risorse per fare fronte alle minacce già evidenti lungo le loro coste. Inoltre, l'immigrazione dalle isole più esterne verso gli insediamenti urbani di Betio a Kiribati, e Funafuti a Tuvalu complicano una già sofferente situazione ambientale.
L'emergere di insediamenti di occupanti ha aumentato i tassi di densità, esacerbato i problemi di salute, esercitato una pressione straordinaria su dei sistemi acquiferi e fognari limitati, e impegnato gli obblighi consuetudinari di responsabilità per la famiglia estesa. La ragione, come in tutti i paesi, è la percezione che i mezzi di sostentamento, le opportunità sociali e l'accesso alle occasioni di sviluppo siano maggiori nei contesti urbani, e il risultato segue gli orientamenti globali di urbanizzazione.
Il nesso tra urbanizzazione e cambiamenti climatici, qualunque siano le cause, si sta verificando in entrambi i paesi. Cambiamenti misurabili nei sistemi meteorologici che producono tempeste più forti e più frequenti; scombussolamento dei cicli delle piogge; temperature del mare in aumento - tutto contribuisce alla crescente vulnerabilità di ciascun paese del mondo, e sono fenomeni particolarmente acuti nei fragili pezzetti di terra sovraffollata che compongono stati atollo come Kiribati e Tuvalu.
Forse nessun'altra nazione è minacciata in maniera così integrale dai cambiamenti climatici quanto questi due. Preservarli, e proteggere l'intero spettro dei diritti umani delle popolazioni di questi sottili puntini verdi in mezzo al Pacifico, è una sfida che tutti dobbiamo fare nostra.
Migrazione
Apula, un marinaio di ritorno a casa a Tuvalu dopo nove mesi in alto mare, tuttavia vede le cose in maniera differente. Ex funzionario governativo per la conservazione, Apula ha lasciato la sua casa per un salario da marinaio che possa garantire a sua moglie e a sua figlia una futura prosperità in Nuova Zelanda, che non potrebbe mai guadagnare nelle isole. Come lui, molti appartenenti alla più giovane generazione di Tuvaluani sono sempre più orientati alla migrazione verso la Nuova Zelanda o l'Australia piuttosto che alla costruzione di difese nazionali contro la crescente erosione, l'innalzamento dei mari e il conseguente maggiore rischio di più frequenti tsunami, altissime maree e condizioni atmosferiche avverse.
Diversamente dalla fatalistica adesione degli anziani alla promessa biblica che quella di Noè sarebbe l'ultima grande inondazione, sempre più persone la pensano come Apalu, cioè che l'evacuazione completa e finale è la risposta se giovani e vecchi vogliono approfittare da ciò che la vita ha da offrire.
Un socievole un funzionario del dipartimento dell'educazione di Kiribati, Kevin Rouatu, riassume la realtà dei cambiamenti climatici in questi paesi nei seguenti termini: “Aiutateci a non abbandonare la nostra beneamata Kiribati, ma se dovremo andarcene per favore invitateci”. Nonostante i gravi sviluppi e le sfide climatiche che hanno di fronte, i popoli di Kiribati e Tuvalu non vogliono niente di più che sapere che i loro paesi avranno un futuro. Non vogliono fuggire ma sanno che potrebbero doverlo fare se le previsioni di innalzamento dell'oceano dovessero rivelarsi corrette. E più di ogni altra cosa loro non vogliono la carità.
La verità, ovviamente, è che c'è una via di mezzo, e nel caso di opzioni nelle mani di Kiribati e Tuvalu, in effetti, ce ne sono diverse. Parlando con decine di abitanti degli atolli in entrambe le nazioni insulari, è palesemente chiaro che non c'è una maniera semplice di assicurare che ognuno riuscirà a vivere la vita che vuole.
Un futuro desolante
Lottando contro tutto, dalla completa perdita di sovranità e di territorio nazionale fino a questioni più personali come gli alloggi poveri e sovraffollati, le condizioni sanitarie in declino, la perdita di approvvigionamenti di acqua potabile e il problema di come promuovere il turismo emergente, Kiribati e Tuvalu hanno bisogno di una scossa molto più decisa da parte del mondo rispetto a quanto abbiano ricevuto finora. Milioni di persone in tutto il pianeta hanno dimostrato rumorosamente contro i cambiamenti climatici e per la preservazione degli atolli e di altre nazioni danneggiate dall'innalzamento dei mari e dalla perdita di territorio; pochi, tuttavia, sono consapevoli di cosa possono fare per aiutare al meglio queste due piccole nazioni a proteggere i diritti di tutti i loro cittadini e, allo stesso tempo, assicurare un futuro a questi territori.
Il mondo può e dovrebbe fare molto per promuovere le opportunità di sviluppo dei cittadini delle isole del Pacifico e contemporaneamente proteggere questi stati nazione contro le ingiurie de cambiamenti climatici e dell'innalzamento dei mari. Nonostante gli effetti dei cambiamenti climatici sono provocati molto lontano dalle coste di Kiribati e Tuvalu, le responsabilità quotidiane di prepararsi alla crisi imminente ricadono direttamente sui loro governi, guidati da Anote Tong a Kiribati e Apisai Ielemia a Tuvalu. E loro non sono rimasti con le mani in mano; tutt'altro.
A Kiribati il rafforzamento di dighe marittime tramite il Programma di Adattamento di Kiribati, lo sviluppo di un Programma per le Città Sostenibili per assistere a ridurre il sovraffollamento a Betio Town, che ora ha una densità demografica equivalente a quella di Hong Kong, e gli esordi di un progetto di piccola scala di recupero di terra dal mare sono tutti segni indicativi di un governo che non è soltanto rimasto ad aspettare che il mondo agisse. Il governo di Kiribati sta determinando i costi tutte le possibili misure di adattamento per salvare il paese, dalle isole artificiali alla sottrazione di larghi tratti di nuova terra dal mare attraverso l'estrazione di materiale inerte nelle lagune di Tarawa.
Contenimento delle maree
In maniera simile a Tuvalu, alcuni recenti programmi per fornire serbatoi da 4000 litri d'acqua ad ogni famiglia si sono dimostrati efficaci, così come il ruolo di guida e portavoce del governo nei negoziati internazionali sui cambiamenti climatici a Copenaghen e oltre. Una nuova diga marina è in costruzione da parte del Giappone offre l'opportunità di migliorare le prospettive di sopravvivenza della capitale Funafuti, città in cui risiede metà della popolazione del paese. Uno sforzo non da poco per un paese di 10.000 abitanti.
A dominare in entrambi i paesi, tuttavia, è un ampio ventaglio di opinioni, congetture e preoccupazioni – qual è la cosa “giusta” da fare? Sia Kiribati che Tuvalu sono tra le nazioni più minacciate al mondo, su questo non c'è dubbio. Qualunque sia l'esito, entrambi a che fare con molto più che l'innalzamento dei mari. Ciò di cui hanno bisogno ora è una spinta allo sviluppo sostenibile che aumenti significativamente il livello di vita delle loro società nel complesso, mentre preparano le loro difese dalle minacce indotte dai cambiamenti climatici.
In mancanza di ciò, le condizioni sociali – in particolare il settore abitativo e i servizi di distribuzione – peggioreranno, e gli investimenti necessari per un adattamento efficace ai cambiamenti climatici non faranno altro che rinviare l'inevitabile fine di queste nazioni del Pacifico che i loro cittadini sono comprensibilmente fieri di chiamare “casa”.
Scott Leckie è il fondatore e direttore di Displacement Solutions (www.displacementsolutions.org).
Dan Lewis è capo della sezione disastri e post-conflitto di UN Habitat (www.unhabitat.org).
Entrambi gli autori sono tornati di recente da missioni sul campo a Kiribati e a Tuvalu, nelle quali hanno esaminato questioni relative al dislocamento climatico.
Traduzione di Roberto Trevini Bellini






