Lo sciopero della fame, portato avanti da un gruppo di 31 prigionieri politici Mapuche in diverse carceri del Cile, ha raggiunto il quarantesimo giorno e le autorità cilene non hanno dato ancora nessun risposta all’insieme di rivendicazioni avanzate dagli scioperanti e dalle organizzazioni del popolo Mapuche. Le richieste che vengono presentate alle autorità sono giuste e legittime:
1.Il diritto a un normale processo e a un giudizio giusto senza le montature politico-giudiziarie attuali e l’uso della violenza istituzionalizzata, tortura compresa.
2.La fine della Legge Antiterrorista, risalente alla dittatura e la cui applicazione alla causa Mapuche permette ogni tipo di azioni illegittime condannate dalle Nazioni Unite. Il suo uso è facilitato dalla criminalizzazione delle lotte legittime del popolo Mapuche.
3.La fine della Giustizia Militare che promuove l’impunità per i crimini di stato sin dai tempi della dittatura e che ora inasprisce la guerra contro il popolo Mapuche. La fine dell’uso dei processi civili e militari insieme per uno stesso prigioniero.
4.La libertà di tutti i prigionieri politici Mapuche incarcerati.
5.La smilitarizzazione delle zone Mapuche sulle quali le comunità rivendicano i loro diritti politici e territoriali.
Questa Legge Antiterrorista permette la detenzione preventiva di un sospettato per un periodo che può arrivare fino ai due anni, e allo stesso tempo impedisce agli avvocati della difesa di accedere alle indagini o interrogare i testimoni la cui identità è mantenuta segreta. Insomma, criminalizzando la causa Mapuche, lo Stato cileno ha sostituito alla soluzione istituzionale e democratica del conflitto un approccio strettamente giudiziario, la cui conseguenza più diretta è stata la stigmatizzazione dei Mapuche come popolo violento.
Da parte loro, carta stampata e televisioni hanno ignorato questo sciopero della fame, spostando l’attenzione sul dramma che coinvolge 33 minatori, sepolti da più di due settimane nella miniera di San Josè, nel nord del Paese. Eccezion fatta per pochi media, è stato imposto un vergognoso manto di silenzio e indifferenza sull’altra tragedia che sta devastando il Cile. Secondo le ultime informazioni diffuse dai familiari degli scioperanti, la salute della maggior parte di loro ha molto risentito del mese e mezzo passato senza ingerire alcun alimento. Di fronte alla lotta perseverante dei Mapuche per conquistare i propri diritti, il mutismo del governo rende ancora più illegittima l’applicazione di una Legge Antiterrorista che è stata condannata dalle Nazioni Unite e da organismi internazionali per i diritti umani.
L’esplosione contemporanea del “conflitto Mapuche”
L’esplosione contemporanea del conflitto tra Mapuche e governo, imprese forestali ed energetiche (per la costruzione di dighe), ebbe luogo alla fine del 1997 (1 dicembre), data in cui furono incendiati tre camion carichi di legno che venivano da un terreno conteso tra un’impresa forestale (Forestal Arauco) e le comunità della zona di Lumaco, nella Nona Regione. La popolazione Mapuche di questa area argomentava la volontà di recuperare i terreni in mano alla forestale appellandosi ai suoi diritti ancestrali. A partire da questa occasione e questa data l’amministrazione della Regione dell’Araucanìa ha presentato diversi ricorsi alla Corte d’Appello di Temuco perchè fosse applicata la Legge di Sicurezza Interna dello Stato, ora Legge Antiterrorista, una delle più nefaste eredità del regime dittatoriale. Da quel periodo in poi il governo ha iniziato ad avvertire che sanzionerà “con il più fermo rigore della legge” quei gruppi che insisteranno ad aggredire lo Stato di diritto, e alcuni dei suoi rappresentanti avanzano già da tempo forti denunce contro le azioni “perpetrate” dai contadini.
A partire da questa data sono state innumerevoli le occupazioni, gli atti di protesta e le manifestazioni di scontento in diverse località del sud del Paese, alcune delle quali hanno portato ad inusitata violenza tra le parti in conflitto: da un lato le comunità Mapuche, organizzazioni ecologiste e filo indigene, dall’altro le forze “dell’ordine” e le guardie di sicurezza pagate dalle imprese. Nella regione dell’Araucanìa si è sviluppato perciò da diversi anni il conflitto tra le comunità Mapuche che reclamano terre “ancestrali” e le imprese agricole e forestali che attualmente possiedono i diritti di proprietà sulle stesse terre.
Alcuni di questi scontri sono costati la vita ad alcuni giovani del movimento Mapuche. I fatti hanno dimostrato che quelli che hanno perso la vita o che sono stati aggrediti per la maggior parte facevano parte di questa etnia. La tensione generata da questi omicidi e da altri gesti di violenza da parte della polizia portò il governo a promulgare la Legge Antiterrorista per giudicare le azioni intraprese dalle organizzazioni Mapuche, considerate responsabili degli attacchi a imprese e aree sfruttate nei pressi delle loro comunità. L'applicazione della suddetta legge è stata criticata da diversi avvocati e specialisti, che la considerano un'aberrazione giuridica nella misura in cui definisce come causa di un atto terroristico qualsiasi persona che proceda a “collocare, lanciare o far esplodere bombe o ordigni esplosivi o incendiari di qualsiasi tipo, che intacchino o possano intaccare l'integrità fisica di persone e causare danni”. Con questa definizione ambigua ed estremamente vaga può essere perseguito come atto terroristico qualsiasi attività promossa da gruppi antisistema o movimenti sociali che, per esempio, possano fare uso di barricate o lanciare bombe molotov durante una manifestazione.
Indiscutibilmente la violenza repressiva dispiegata dallo Stato cileno va di pari passo con la menzionata stigmatizzazione del popolo Mapuche, che in molte occasioni è definito come violento e senza alcuna capacità di dialogare, troppo miope per poter recuperare il suo patrimonio. Effettivamente, in molte occasioni i Mapuche hanno reagito in modo violento all'insediarsi di imprese forestali o progetti idroelettrici nel loro territorio, ma questo è accaduto perché non c'è stata alcuna consultazione preventiva rispetto a queste iniziative, i Mapuche sono stati esclusi da qualsiasi dibattito con il pretesto (e il pregiudizio) che queste comunità sarebbero per essenza contrarie al progresso economico. La domanda in questo caso è di che tipo di progresso si parla o fino a che punto questo progresso influisca sugli ecosistemi naturali lasciando una “impronta ecologica” enorme, difficile da cancellare con semplici rimedi palliativi. Anche le comunità Mapuche sono consapevoli che molti progetti realizzati in ecosistemi naturali hanno conseguenze ambientali negative, che alla fine metteranno a rischio la stessa sopravvivenza e sostenibilità di queste comunità. Come ci ricorda Gonzalo Rovira nel suo articolo “Patrimonio naturale e politiche pubbliche”, il cosiddetto progresso con il suo uso crescente e drammatico delle risorse naturali, tende ad espandere i confini, aumentando la quantità di aree sfruttate per soddisfare così una crescente domanda di beni e servizi.
A questo si somma una concezione totale dello Stato che viene associata alla criminalizzazione della protesta sociale. Le manifestazioni di organizzazioni e comunità molte volte sono trattate come una questione di polizia e sicurezza interna, cosa che finisce per giustificare l'uso eccessivo della forza repressiva e l'applicazione della Legge Antiterrorista a azioni di propaganda che cercano di richiamare l'attenzione delle stesse istituzioni. Secondo un recente dossier del Relatore Speciale delle Nazioni Unite sui Diritti e le Libertà Fondamentali dei Popoli Originari, James Anaya, lo Stato cileno deve smettere l'uso della forza e passare alla costruzione della fiducia e di maggiori spazi di partecipazione nelle negoziazioni per rispondere alle diverse richieste di questo popolo: dalla restituzione delle terre ancestrali fino a questioni di avvicinamento tra le culture, per arrivare a incorporare la nozione di differenza a partire dall'educazione primaria: ”La sfida principale per il Cile è trasversale. Deve costruire la fiducia, deve fare in modo che gli indigeni recuperino la fiducia persa durante anni di storia...”
In questo senso, anche la strategia del governo socialista di Michelle Bachelet è stata molto contraddittoria. Da un lato, le autorità avevano confermato l'Accordo 169 della OIT (Organización Internacional del Trabajo, Organizzazione Internazionale del Lavoro) che afferma i diritti dei popoli originari e che, per esempio, obbliga gli Stati che l'hanno ratificato ad una consultazione preventiva rispetto allo sviluppo di qualsiasi progetto o impresa nel territorio indigeno. D'altra parte, il governo tentò di focalizzare e persino spostare il conflitto su determinate comunità, che apparivano come il centro nevralgico delle dispute sulla terra, nonostante il problema avesse un dimensione molto maggiore e fosse più complesso. Le principali azioni repressive durante l'amministrazione Bachelet servirono solo a nascondere la radice del conflitto, che se pure contiene una componente tangibile di richieste territoriali, allo stesso tempo vuole costruire una politica indigena globale che passi attraverso la questione dell'identità, la nazionalità, l'autonomia.
Dall'insediamento del governo di Piñera la situazione del popolo Mapuche è peggiorata, visto che la base a cui egli si appoggia è costituita dagli stessi impresari agricoli e forestali che per decenni hanno partecipato alle azioni di repressione e saccheggio di questa comunità originaria. Con l'evidente opposizione del governo e l'apatia e la mancanza di mobilitazione da parte della società, esiste un rischio prevedibile che l'attenzione alle richieste degli scioperanti venga concessa solo dopo una perdita fatale. Questo sarebbe un terribile errore, imperdonabile per qualsiasi Paese che aspiri a costruire un minimo di convivenza democratica.
Fernando de la Cuadra, sociologo cileno, membro della Rete Universitaria di Ricercatori sull’America Latina (RUPAL)
Traduzione di Camilla Martini
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